L’acronimo P4C proviene da “Philosophy for children”, ma non indica una “Filosofia per bambini”. Per analogia, l’espressione “Ho acquistato una FIAT” non vuol dire – è ovvio – che ho acquistato la “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. È questo il destino di certi acronimi, ossia di indebolire il significato originario per diventare segni esposti a un’odissea di possibili usi e a una imprevedibile storia di significazioni. Allora, qual è il significato da attribuire alla sigla P4C a partire dalle pratiche di formazione in cui è di fatto messa in gioco in circa 300 scuole italiane e in chissà quante altre sparse in tutto il mondo? In estrema sintesi si tratta dell’esperienza di riflessione in stile filosofico promossa e alimentata all’interno di un processo di trasformazione delle dinamiche relazionali di un gruppo. Il punto di arrivo di queste trasformazioni è la “comunità di ricerca”, un ambiente sociale e cognitivo contraddistinto da particolari qualità, quali:
• Informalità prevalente del setting;
• Assenza di etero-valutazione e di standard cognitivi prefissati;
• Autoreferenzialità;
• Assenza di riferimenti e di dipendenze rispetto ad una disciplina scolastica;
• L’esperienza (presente e passata) come fonte principale dei contenuti della ricerca;
• Decentramento e distribuzione a tutta la “comunità” di funzioni e responsabilità inerenti ai percorsi formativi;
• Relazione circolare tra conoscere e agire, tra teoria e pratica.